
Stappo la prima bottiglia, fresca, secca, ruvida, scende lasciando il segno. I primi sorsi vengono sempre seguiti da smorfie di sopportabile fastidio. Sono bei momenti, ha inizio la quiete. La settimana, per me, finisce il sabato sera, buttato via nel cestino. Niente che valga la pena fare fuori casa. I muscoli e i nervi chiedono di restare in santa pace. Perché poi, la pace debba essere santa? I santi sono quasi tutti martiri, che il martirio sia sinonimo di pace?
Le settimane passano senza lasciare traccia e con gran difficoltà distinguo in quale periodo mi trovo. Il calendario m’indica che ormai siamo oltre la seconda metà dell’undicesimo mese. Un altro anno scivolato via, perso in momenti senza ricordo, in fatti senza importanza. Come fare a non pensare a Battiato? A “come ho speso male il mio tempo, che non tornerà, non ritornerà più.” Questi enormi lenzuoli, sui quali ho solo poggiato i piedi, come grandi fogli di un gigantesco calendario, senza capirci nulla. Dove mi sono lasciato andare? Quando ho mollato?
Questo fiume, che continuo a vedere nei miei ricordi, in mezzo a montagne che tanto del mio dolore custodiscono, mi chiama senza voce. La voglia di salire in macchina e di guidare per oltre cento chilometri, che mi separano da questo ricordo, è molto debole. Ricordo di luoghi che mi hanno visto solo di passaggio, ricordo ricorrente e paranoico.
Se la gioia di vivere mi ha tenuto compagnia, io non me ne sono accorto, ma le sono grato comunque.
Ricordi della città dei miei studi alti, di una parete inclinata, la facciata di una chiesa. Le sigarette fumate, mentre correvo tra aule e collegio, con lo sgabello sotto il braccio e gli occhi a seguire linee regolari fra i porfidi. Il primo semestre, il migliore. Buio e freddo, pieno di nebbia e silenzi, odiato con tutto me stesso e adesso quasi gradevole, prezioso ricordo, del mio essere stato nulla anche allora.
Verso questo liquido nello stomaco e riempio le mie orecchie con note d’ogni genere. La voce di Fish fa male, ma io non lo sento più. “Tu stai male, perché a te piace stare male.” Così, quella che è stata la mia vita per dodici anni, liquidava la nostra prima settimana.
“…when I look into your eyes, I don’t know what to say to you…” eggià, non l’ho mai saputo, come si fa a dire quello che non può essere ascoltato?
Hai mai fatto caso come l’arpeggio di chitarra sia in grado di aprirti i recettori delle emozioni? Io lo sto subendo ora, in questo momento, ed è piacevole, come una puntura sulle tempie.
“Posso lasciarti un omaggino simpatico?”, così la mia barista preferita, quella sempre incazzata, mi ha spiazzato tre mattine fa. Non riuscivo a crederci, donna tutta di un pezzo, seria e severa, mi sorride e mi dona un portachiavi made in china, gadget pubblicitario inutile, ma in grado di lasciarmi senza punti fermi. Non è più incazzata, non è più lei. Cosa le sarà saltato in mente?
Altre parole raggiungono le mie orecchie, ed altri ricordi affiorano. Se non vivi la tua vita, non ti resta che ricordarla. Anni trascorsi lungo la pedemontana, muffa sui muri, riscaldamento spento per risparmiare, niente mobili. Quelle grosse lumache, senza guscio, che calpestavo quando uscivo, distratto, a sbattere la tovaglia. Caro il mio passato mal speso, potrai mai perdonarmi? Ti ho odiato quando eri presente, ti preferisco ora che sei lontano.
Gli addobbi per il grande “varietà religioso”, mi hanno quasi nauseato, dovevo solo comprarmi la cena, cose da single, non ero certo pronto a subire quella violenza di colori e luci, a novembre, ma come siamo ridotti?
Vorrei poter dormire, ancora una volta, in quella casa sopra la stazione. Fammi un regalo, solo per questa notte, fammi addormentare lungo quella ferrovia piemontese, tu puoi riuscirci, ho bevuto abbastanza, non sarà difficile.
Ciao.