
Bevo a canna “La
Biere Du Demon”, 12 gradi di salute alcolica. La settimana si è chiusa con una piena giornata di lavoro, e senza alcuna voglia di abbandonarmi fra le braccia di
Morfeo, combatto con la stanchezza, cercando di tenere gli occhi aperti. Occhi
criccati, con spaccature rosse a demolire lo sfondo bianco, occhi impolverati, occhi bassi e maledettamente stufi. Bevo a canna e scrivo, non lo faccio in silenzio, ma ascoltando un brano suggeritomi giorni fa, in continuazione, come mi capita spesso, “
Give a man
Home”. Ogni tanto, la mia voce esce spontanea ad inseguire il coro, aggrappata ai vapori etilici; è tardi, non posso esagerare, vivo in un condominio, qui c’è gente seria. Dio del sonno, lascia che io spenda ancora un
po' del mio tempo in compagnia di Dionisio, non strapparmi da questo limbo, lascia che io ne scriva, rubando tempo che non è mio ad occhi che non conosco. Lascia che io possa raccontare il mio essere uguale a me stesso, che io possa confessare la mia debolezza, la mia incapacità di cambiare. Versami da bere, non nel bicchiere, ma direttamente in me, riempi questo corpo di torpore e lascialo sospeso, ne sveglio, né sognante, qui tra il prima e il dopo, tra il niente e il tutto. E’ questa la mia vita, polvere e briciole a terra, piatti da lavare nel tinello e spazzatura da portare fuori. In ginocchio sulla sedia, di fronte al video, luci spente, volume basso, uomo inutile. Inutile a se stesso e ancor di più al genere umano, vita sprecata, equalizzata da sentimenti non compresi, da ignoranza emotiva. Dio della disperazione, respingi questo imbecille, percuotine le carni, richiamalo alla realtà. Se ci sei, lasciami respirare, sospeso in questa non dimensione, in questo ballo fluttuante nel nulla. Se non puoi darmi tregua, concedimi ancora poche righe, poche lettere, lascia che io possa raccontare la mia costante monotonia, la mia insana capacità di non cambiare, di non mutare. Dannato io sia, e tutto quello che mi verrà incontro. Zicar non tentarmi, non offrirmi quello di cui adesso avrei bisogno, non lo fare, lasciami solo, con quest’inebriante liquido ricco d’ossidrili. Rido con lacrime vere, rido di me, e ne sono capace, in maniera sincera e naturale. Rido di un uomo ubriaco, dell’inferno che mi aspetta e del fuoco che arrostirà la mia carne per l’eternità. Vieni adesso, ti aspetto, sono pronto a venderti l’anima, non m’importa il prezzo, comprala, fanne quello che vuoi, ma vieni subito, prima che io cambi idea, Ade sono qui. La tua birra non cancella la monotonia della mia esistenza, non strappa da me il dolore di una vita sprecata, di un egoismo schifoso e prepotente, di una solitudine crescente, senza limiti ne confini. Vivo questi minuti d’esistenza senza chiedere nulla, lascio scorrere questo nettare e lo aspetto, con gioia, a rallentare e distorcere le sinapsi. Bevi, idiota, bevi, non fermarti, è questo il miglior momento della tua giornata, assaporane la deformazione, l’incapacità sensoriale, il venir meno della ragione. Cambia note, cambia nenia, non cedere al dolore, fronteggialo. Come puoi, tu che leggi, tornare su queste pagine? Fammi capire, com’è possibile? Se potessi condividere con te quello che sto vivendo, quello che mi sta uccidendo, ma non posso, le regole del gioco non le decido io. Non andartene, non lasciarmi qui, aspetta ancora un po’, ho quasi finito. Ascolta la mia atonalità, la mia non diversità, la mia monotonia.
Perdona quello che non sono riuscito a restituirti, e concedimi un’altra possibilità, cercherò di migliorare.
Questa notte, posso solo sistemare le note, su di una sola riga, a creare un perfetto esempio di monotonia.
L’ultimo sorso è il nostro brindisi e la nostra buona notte. Dormi bene.