martedì 4 dicembre 2007

Sento

Sento l’acqua scorrere in gola, fresca, con il suo solito sapore.
Sento il sangue fluire in me, lo sento così vicino, come se io fossi presente in ogni tessuto, in ogni vena.
Sento la tensione, accumulata con il passare delle ore, la giornata finisce, lei non se ne va.
Sento il dolore, in queste mie ormai vecchie ossa.
Sento l’aria poggiare le sue mani sul mio volto.
Sento le note di questa canzone, così sciocca.
Sento l’odio che cresce, mai ho odiato più di quanto non stia odiando me stesso.
Sento la disperazione, crescere, espandersi, invadere ogni mia cellula.
Sento le grida che vorrei urlare, ma non ho voce, questa sera non ce l’ho.
Sento la tua voce, che da molto tempo non mi parla più.
Sento il tuo respiro, che più non ruba il mio spazio.
Sento la fronte poggiarsi sui miei palmi.
Sento il sapore di quello che non ho assaggiato.
Sento il rumore di cristalli di neve, che non cadranno più su questo mio corpo.
Sento il peso di questa mia condanna.
Sento di essere vivo.
Sento e non vorrei.

domenica 2 dicembre 2007

Grigio

Guardo dalla finestra. Quello che vedo non è bello, ma allo stesso tempo, comunque io la voglia mettere, non è nemmeno brutto. Il tempo è grigio, impossibile negarlo. Io sono grigio, e quel cielo freddo ha riempito il mio corpo sin da quando ho aperto gli occhi. Penso a “The Weather Man”, scritto da Steve Conrad, l’ho guardato molte volte, quasi sempre in lingua originale e quasi sempre mi è entrato dentro, come oggi ha fatto il cielo. E’ lento, calmo, grigio e triste. Non conosco molta gente, l’unico giudizio che ho avuto, è stato quello del tizio che gestisce il noleggio di DVD in questa simpatica cittadina veneta “un brutto film”. Ascolto la colonna sonora e vorrei piangere. Lacrime adulte, lacrime di vergogna, non di dolore. Mi vergogno di me. Mai avrei potuto immaginarmi così. Come un automa, fra poco uscirò da questa casa, non di certo da questo stato d’animo. Un paio d’ore e sarò di ritorno. Aspirapolvere, piatti da lavare e un po’ di panni da stendere. Poi nuovamente il nulla, fino alla maschera di domani mattina. Una nuova settimana di lavoro, una nuova settimana di niente.

sabato 1 dicembre 2007

Novemila

Precedo la cameriera, ho scelto l’ultimo tavolo d’angolo, vicino alla finestra. Lei si ferma al tavolo prima, mi giro, la guardo e mi siedo. Ha vinto lei. Questo ristorante lo conosco, anche se non da molto, e non provo quella sensazione di disagio che proverei se fosse un luogo sconosciuto. Appoggio il cellulare sul tavolo, lo metto a lato, sulla sinistra, dietro la bottiglia d’olio. Nessuno chiamerà, a meno che al lavoro non accada qualcosa che non dovrebbe. Sul volto, i soliti peli incolti, che mai riusciranno a farsi chiamare barba, ed in testa qualcosa di simile ad un gomitolo deforme di capelli, folti e privi di direzione. Arrotolo le maniche della camicia e leggo il menù. Durante l’attesa che mi separa dalle tagliatelle ai funghi, il locale si riempie. Entra un vario campionario del genere umano e si distribuisce in coppie, tris e poker. Li guardo tutti e non provo nulla. Solo qualche mese fa, avrei provato qualcosa, magari un piccolo fastidio, un pizzico di invidia, oggi non riesco nemmeno a crederli vivi. Mi sembrano attori di celluloide che popolano la mia sceneggiatura, per renderla ancora meno sensata di quello che è. La cameriera, con il volto quasi squamato da un’abbronzatura grigia, trascina la sua tristezza e scrive tutto. Qualche volta sorride. Ogni sorriso è una smorfia di dolore, sembra quasi un cadavere. Mi colpisce il maglioncino del tizio che mi siede davanti, color rosso, con una pezza bianca sulla schiena, tanto grande quanto la stessa schiena, con al centro, in nero, questo insieme di lettere “Nederland 003885”. Esco dal locale, mentre il pomeriggio comincia, e spero che venga presto sera. In piedi, vicino all’auto, senza alcuno scopo, mi faccio schifo. Mille voci affollano la mia testa, chiama qualcuno, chiedi aiuto, telefona … cazzo … non c’è nessuno a cui telefonare, un cazzo di nessuno … chiaro? … si è chiaro, lo so, stai calmo, respira. Salgo in macchina e guido. Dove devo andare? Da nessuna parte. Dovrei fare la spesa, comprare Oxygene di JMJ in DVD, comprarmi un vestito, camicia, cravatta e scarpe, andare al cinema, farmi il passaporto. Non riesco a fare nulla di più che guidare, fino a sera, fino al buio. Con il buio, solo con lui, riesco a bere. In frigo, non c’è nessuna birra, lo so. Devo per forza entrare in un supermercato. Parcheggio e prendo il carrello. Tante belle luci, tutto molto pulito, nuovo e finto. Come ci siamo ridotti, abituati ad entrare in enormi saloni, pieni di scaffali ricolmi di ogni cosa, allunghiamo la mano e soddisfiamo desideri che non abbiamo. Chi vuoi che si possa inventare il desiderio di mangiare il carcioghiotto? Metto nel carrello due peperoni, uno giallo e uno rosso. Sono impressionanti, sembrano finti, sembrano colorati con i pennarelli “carioca”, li ricordi? Quante cose ci ho colorato? I peperoni, però, non ricordo di averli colorati. Aggiungo due zucchine, del radicchio trevisano, quello amaro, pomodorini pachino e qualche Clementina. Raggiungo lo scaffale, quello giusto, con soddisfazione, ma subito cado in depressione, niente “Bière du démon” 12%. Allora cerco, controllo la gradazione alcolica e opto, come prima scelta, per la “Tennent’s Super” 9%, a seguire la “Ceres Stout” 7,7%. Spingo il carrello e proseguo gli acquisti, una signora si arrabbia perché rifiuto due yogurt in omaggio. “Due litri di latte, due yogurt in omaggio”, no grazie, non li mangio, già mi scadono quelli che compro io, si figuri quelli che non scelgo “Ma sono in omaggio” signora mia, lei dovrebbe capire che se l’omaggio non è gradito, non è gradito, vuole che li prenda e li lasci fuori dalla porta? Sarebbe più contenta così? Coraggio signora, ritorni in lei, una volta ci deve essere stato qualcuno la dentro. Il mondo ci sta scappando dalle mani e noi non ce ne accorgiamo. Alla cassa lo show continua. La cassiera chiede alla cliente di leggerle il codice dell’acqua minerale parzialmente frizzante, ma non troppo, la cliente comincia “atre2bnovemilac…”, la cassiera la interrompe “novemila con quanti zeri?”. Novemila con quanti zeri? Ma cosa sta succedendo? Aiuto! Presto, fate qualcosa! Esco sconsolato, veramente molto, e risalgo in macchina. Può avere un futuro questo mondo? Dimmelo tu, se te la senti.

mercoledì 28 novembre 2007

Paracetamolo

Guardo la confezione e non ricordo. La rigiro fra le mani, ma non ricordo. Compresse da 500 mg esclusi gli eccipienti. Contiene tre blister da dieci compresse, in uno dei tre ne mancano quattro. Tra gli effetti indesiderati mi colpiscono, le vertigini, lo shock anafilattico e soprattutto la sindrome di Stevens Johnson. Quest’ultima, nei casi più gravi, presenta un tasso di mortalità compreso nell’intervallo (5% - 25%). Lo so, stiamo parlando di un semplice antipiretico, ma il fatto di non ricordare mi lascia perplesso. Sulla tovaglia briciole del giorno prima, le posate e qualche resto di cibo, nessun indizio. Il bicchiere è quasi vuoto, rimane poca acqua minerale naturale. Non ricordo di aver bevuto alcolici, oggi, ne sono praticamente certo. Dunque, dovrei essere in grado di rispondere ad una semplice domanda. “L’ho già presa la compressa, questa sera?” Non ricordo. Non ricordo quello che, al massimo, è successo dieci minuti fa. Lo so che non è grave, ma rimango li seduto, a rigirare la confezione fra le mani.
C’è di peggio. Questa notte, in sogno, ho ucciso due amici di gioventù, e mia nonna, morta ormai da tempo, mi spiegava come fare per non farmi beccare.
Comincio a farmi paura.

domenica 25 novembre 2007

Il posto mio

Il posto mio
(A. Testa, T. Renis - 1968)
Vorrei vedere un altro al posto mio
non so se lui farebbe quello che faccio io
sono lo scendiletto su cui cammini tu
cammini a piedi nudi fin da quando
ti svegli al mattino
sto qui come uno specchio a dirti che
esisti sulla terra solo tu
tu leggi nei miei occhi tutta la fedelta'
di un cane che ubbidisce solo a te
io sono quello che ti da' ragione
anche se hai torto marcio solo perche' sei tu
per me che t'amo tanto sei giusta come sei
ti so capire in tutto perche' vivo soltanto di te
vorrei vedere un altro al posto mio
ma no non ne parliamo il posto e' mio
anzi ti chiedo scusa mi son sfogato un po'
sai già che al posto mio io restero'
(Renzo Arbore e i suoi Swing Maniacs)
(2005)

sabato 24 novembre 2007

Nessuna meta

Mi sveglio. Oggi non devo alzarmi. Pochi secondi e comprendo che non è stato un sogno, in questa mia vita è stato tutto fin troppo vero. Il buio che mi avvolge comincia da subito a nausearmi, senza un motivo, spalanco le imposte e torno a sdraiarmi sotto al piumone. Non ho nessuna voglia di affrontare questa giornata, perché questa giornata è cominciata male. Lo sento nell’aria, nella pesante presenza di questa mia solitudine, così nauseabonda e fastidiosa. Guardo il cielo, grigio e stufo, e lascio che questa luce stanca entri nei miei occhi cadenti. Cerco qualcuno o qualcosa al mio fianco, ma niente è mai presente vicino a me. Sospiro e rantolo, come un vecchio senza forze, consumando un po’ di questa giornata orrenda, nell’attesa di trovare un motivo che mi faccia alzare. Questa casa, la migliore da anni, meriterebbe un inquilino migliore, qualcuno meno morto di me. Con un odio dentro, così forte da soffocarmi, mi trascino verso una poco probabile colazione. Ieri sera, ho noleggiato un DVD, poi mi sono addormentato sul divano e l’ho lasciato girare invano. Lo guardo adesso.
Non so come farò a proseguire questa giornata, così pesante ed insopportabile, comincio a temere di non riuscire a trovare la forza necessaria per continuare a sperare. Lavo i piatti e metto apposto, nel limite delle mie possibilità. Mi vesto ed esco. Nessuna meta, come sempre. Nessuno da incontrare, come sempre. Mi rifiuto di andare a fare la spesa, non ne ho il coraggio, muovermi fra gli scaffali, ricolmi di cibo, potrebbe essermi fatale. L’aria è appiccicosa, a tratti disgustosa. La macchina si muove regolarmente e mi porta in una delle tante città venete. Non ho l’ombrello, piove copiosamente. Scendo dalla macchina e m’incammino verso nessuna meta. La pioggia comincia a penetrare nelle scarpe, nei pantaloni e lungo il collo. Cammino assente da me, come non mi era mai successo. So di essere vivo, ma non riesco a capire fino a che punto.
Prendo in mano un CD e cerco di leggere i titoli che lo compongono, quando alcune gocce bagnano mano e copertina, mi rendo conto di essere completamente lavato. Passo una mano fra i capelli, ma la fermo subito, c’è così tanta acqua che rischierei di far affogare le persone che mi circondano, meglio tenermela in testa. Forse questa volta riuscirò ad ammalarmi, un bel febbrone da cavallo, qualcosa di pesante, qualche mese di mutua. Compro un po’ di musica, che si rivelerà, in seguito, una schifezza, ed esco per riprendere il colloquio con l’acqua del cielo.
Mi infilo in un ristorante, senza capirne il motivo, e seguo la cameriera che mi lascia ad una tavolo con una smorfia di circostanza. Mi siedo, ordino ed aspetto. Se qualcuno mi chiedesse cosa vuol dire solitudine, gli risponderei “pronunciare le prime parole della giornata alle 19:30 – tagliatelle agli eremitani – ad un cameriere che non rivedrai più”.
Il desiderio di fumare è enorme, ma la mia apatia è tale da impedirmi anche solo di immaginarmi mentre mi accendo una sigaretta. Salgo in macchina e guido verso casa. Mi ritrovo bloccato in un ingorgo. Da qualche parte, qui vicino, questa sera si terrà un concerto.
Ti prego, regina delle cartomanti, leggimi il destino, dimmi che non mi resta più molto da vivere, salvami, tu che puoi, da questo mio orrendo futuro.
Entro in casa, senza voglia di continuare, e stappo la prima bottiglia. Questa sera voglio bermi anche l’anima. Caro massimo, vai a fare in culo.

giovedì 22 novembre 2007

Questa sera

Questa sera, ritorno a farmi un po’ di compagnia. Sono stanco del male che continuo a farmi, e pur sapendo di non poter smettere realmente, cerco di dimenticarmene almeno per un momento. Non credo di poter curare la mia solitudine scrivendo i mie pensieri attraverso una tastiera.
Ci ho provato.
Continuerò a farlo, nello stesso modo o in maniera differente, ma non questa sera.
Stanco di me e del mio modo di vedere le cose, confesso l’evidenza di aver compreso che non serve a nulla pretendere di poter condividere noi stessi con altre persone. Non era per niente importante che la persona che cercava in me solo una piccola cosa, non restituisse ai mie occhi la comprensione del mio essere complicato. Non molto avrei dovuto restituirle, un abbraccio caldo e forte, una carezza e poche domande, semplici, ma vere, magari anche uguali a quelle del giorno precedente.
Temere le conseguenze di scelte non fatte, solo perché altri, molto vicini a te, le stanno ancora pagando, porta a quello che sono. La procreazione come generazione di dolore è pensiero di persona debole e forse troppo piccola per difenderne il contenuto.
“She can kill you with her smile”, lei può ucciderti con un sorriso. Questo vorrei provare. Ma non funziona così.
Oggi ha piovuto. Tante parole sono state scritte sulle gocce dal cielo, ne ho scritte anch’io nel passato, ma oggi la pioggia ha fatto una cosa molto semplice, mi ha bagnato. La coda in autostrada, in compagnia di un collega, di ritorno da una trasferta, non è stata niente di più. I due panini per pranzo e le parole scambiate, non hanno cambiato il destino del mondo. Le notizie alla radio non mi hanno infastidito.
Questa sera, ascolto la mia voce senza pretese.
Questa sera, accetto le tue critiche.
Questa sera, mi siedo accanto a me e mi tengo un po’ di compagnia.

domenica 18 novembre 2007

Settimane

Stappo la prima bottiglia, fresca, secca, ruvida, scende lasciando il segno. I primi sorsi vengono sempre seguiti da smorfie di sopportabile fastidio. Sono bei momenti, ha inizio la quiete. La settimana, per me, finisce il sabato sera, buttato via nel cestino. Niente che valga la pena fare fuori casa. I muscoli e i nervi chiedono di restare in santa pace. Perché poi, la pace debba essere santa? I santi sono quasi tutti martiri, che il martirio sia sinonimo di pace?
Le settimane passano senza lasciare traccia e con gran difficoltà distinguo in quale periodo mi trovo. Il calendario m’indica che ormai siamo oltre la seconda metà dell’undicesimo mese. Un altro anno scivolato via, perso in momenti senza ricordo, in fatti senza importanza. Come fare a non pensare a Battiato? A “come ho speso male il mio tempo, che non tornerà, non ritornerà più.” Questi enormi lenzuoli, sui quali ho solo poggiato i piedi, come grandi fogli di un gigantesco calendario, senza capirci nulla. Dove mi sono lasciato andare? Quando ho mollato?
Questo fiume, che continuo a vedere nei miei ricordi, in mezzo a montagne che tanto del mio dolore custodiscono, mi chiama senza voce. La voglia di salire in macchina e di guidare per oltre cento chilometri, che mi separano da questo ricordo, è molto debole. Ricordo di luoghi che mi hanno visto solo di passaggio, ricordo ricorrente e paranoico.
Se la gioia di vivere mi ha tenuto compagnia, io non me ne sono accorto, ma le sono grato comunque.
Ricordi della città dei miei studi alti, di una parete inclinata, la facciata di una chiesa. Le sigarette fumate, mentre correvo tra aule e collegio, con lo sgabello sotto il braccio e gli occhi a seguire linee regolari fra i porfidi. Il primo semestre, il migliore. Buio e freddo, pieno di nebbia e silenzi, odiato con tutto me stesso e adesso quasi gradevole, prezioso ricordo, del mio essere stato nulla anche allora.
Verso questo liquido nello stomaco e riempio le mie orecchie con note d’ogni genere. La voce di Fish fa male, ma io non lo sento più. “Tu stai male, perché a te piace stare male.” Così, quella che è stata la mia vita per dodici anni, liquidava la nostra prima settimana.
“…when I look into your eyes, I don’t know what to say to you…” eggià, non l’ho mai saputo, come si fa a dire quello che non può essere ascoltato?
Hai mai fatto caso come l’arpeggio di chitarra sia in grado di aprirti i recettori delle emozioni? Io lo sto subendo ora, in questo momento, ed è piacevole, come una puntura sulle tempie.
“Posso lasciarti un omaggino simpatico?”, così la mia barista preferita, quella sempre incazzata, mi ha spiazzato tre mattine fa. Non riuscivo a crederci, donna tutta di un pezzo, seria e severa, mi sorride e mi dona un portachiavi made in china, gadget pubblicitario inutile, ma in grado di lasciarmi senza punti fermi. Non è più incazzata, non è più lei. Cosa le sarà saltato in mente?
Altre parole raggiungono le mie orecchie, ed altri ricordi affiorano. Se non vivi la tua vita, non ti resta che ricordarla. Anni trascorsi lungo la pedemontana, muffa sui muri, riscaldamento spento per risparmiare, niente mobili. Quelle grosse lumache, senza guscio, che calpestavo quando uscivo, distratto, a sbattere la tovaglia. Caro il mio passato mal speso, potrai mai perdonarmi? Ti ho odiato quando eri presente, ti preferisco ora che sei lontano.
Gli addobbi per il grande “varietà religioso”, mi hanno quasi nauseato, dovevo solo comprarmi la cena, cose da single, non ero certo pronto a subire quella violenza di colori e luci, a novembre, ma come siamo ridotti?
Vorrei poter dormire, ancora una volta, in quella casa sopra la stazione. Fammi un regalo, solo per questa notte, fammi addormentare lungo quella ferrovia piemontese, tu puoi riuscirci, ho bevuto abbastanza, non sarà difficile.
Ciao.